Volpe da cortile

autore Manuela Rossi
data 4 Agosto 2017

La scorsa settimana, approfittando delle belle serate ancora luminose che questa stagione ci regala, si chiacchierava fuori casa; i gatti del cortile stavano spaparanzati pancia all’aria, senza ritegno, nel tentativo di rinfrescarsi un po’, e i grilli intonavano faticosamente qualche stridula nota sotto la cappa estiva.

Tutto sembrava ordinario quando ci siamo accorti che c’era qualcun altro a partecipare al simposio: seduta su un muretto, a qualche decina di metri, ci stava guardando una giovane volpe. La cosa ci ha stupito non poco. Figuriamoci quando poi anche lei, come i gatti, ha cominciato a rotolarsi tranquilla, per poi riprendere la sua strada e trotterellare verso i campi, come se nulla fosse. So che le volpi possono diventare anche molto confidenti, col tempo, ma questa era la prima volta che la vedevamo… (in realtà poi ho pensato che chissà da quanto tempo, a nostra insaputa, frequantava le ciotole di cibo dei gattoni gordi). L’avvistamento di volpi (forse era sempre la stessa) da parte di altri abitanti del vicinato, nei giorni seguenti, ha creato un certo scompiglio. Da dove vengono, le volpi? Sono in aumento? E poi c’è stato come sempre chi se ne è uscito con la solita sparata: “Le hanno portate i forestali/gli animalisti” (mi chiedo… forse per ridurre il numero dei topi che erano stati liberati l’anno precedente per nutrire le vipere lanciate dagli elicotteri due anni prima?!).

Ma poi, quante sono le volpi sul nostro territorio? Con la precisione che mi contraddistingue risponderei: parecchie!

In realtà non lo sa nessuno, con precisione. Sono state fatte delle stime basate su osservazioni non standardizzate (visti gli elevati costi necessari per uno studio dettagliato). Potremmo dire che la volpe c’è sempre, ma non si vede quasi mai. Gli indizzi della sua presenza possono essere le impronte sul fango (ma ad uno sgardo veloce possono confondersi con quelle del cane), le feci lasciate sul sentiero in posti evidenti come segno di marcatura del territorio, il verso un po’ lugubre emesso nelle notti inverali durante la stragione degli amori (per gli appassionati di cruciverba alla Bartezzaghi il verso della volpe è detto “gannito”) o la presenza delle tane.

La volpe rossa (Vulpes vulpes) è un animale dalle mille risorse, al pari degli uomini e dei topi ha saputo trovare dei sistemi per sopravvivere nei contesti più disparati, dalle montagne incontaminate alle discariche suburbane. Ciò le ha fatto guadagnare la fame di essere astuta, ma l’aggettivo veramente calzante per lei sarebbe adattabile. La volpe è, a tutti gli effetti, il carnivoro più diffuso al mondo (in questo ci ha messo lo zampino l’uomo che l’ha esportata anche in l’Australia per la caccia ricreativa, dove si è poi diffusa e ora sta causando l’estinzione di molte specie locali). Anche se è classificata nel gruppo dei carnivori, è un’onnivora a 360°: si nutre di uccelli, micromammiferi, rettili, uova, frutta... insomma di tutto ciò che trova di commestibile. Quando c’è abbodanza di cibo è in grado di creare delle dispense, sotterrando il surplus, che verrà utilizzato nei periodi di magra. Pur essendo un animale solitario e territoriale, le situazioni di sovrabbondanza alimentare artificiale (discariche, immissioni periodiche e massive di selvaggina per la caccia) ne fanno aumentano la concentrazione locale.

In condizioni normali i cuccioli, nati a primavera, raggiungono l’indipendenza durante l’estate e cominciano a disperdersi alla ricerca di un territorio tutto loro (la giovane volpina che abbiamo visto l’altra sera era con tutta probabilità una di queste). Come tutti i giovani sono un po’ ”scapestrati” ed è più facile che siano loro ad avvicinarsi maggiormente alle case in cerca di cibo, con estremo disappunto dei proprietari di polli e di conigli. La vita, per questi giovanotti non è però così facile e la mortalità entro il primo anno di vita è elevatissima, a causa alla mancanza di cibo, alle collisioni con le automobili e purtroppo ai riprovevoli avvelenamenti illegali.

Il rapporto di questa specie con l’uomo è da sempre conflittuale. Per chi ha subito un’incursione di questo animale credo che ciò che fa arrabbiare di più sia il surpus killing, ovvero l’uccisione in soprannumero di prede, fino a sterminare tutte le galline del pollaio. Sappiate che questo comportamento non è dattato da cattiveria innata, ma dal suo istinto. Questo le dice: “Fai scorta ora che puoi, del domani non v’è certezza!”. Forse non molti sanno però che ci sono indicazioni ben precise per la costruzione di “pollai a prova di volpe” e che le spese per l’adeguamento possono essere finanziate (Art. 10 Legge Regionale n°6 del 6 marzo 2008). Non dobbiamo dimenticarci però che la volpe ha un ruolo ecologico fondamentale, innanzi tutto nel contenimento dei roditori (in un anno questo canide ne può eliminare da sei a dodicimila), mentre il problema delle razzie nei pollai è un evento invece del tutto sporadico. Per contenere il numero di volpi a livelli normali bastano alcuni accorgimenti: ridurre le fonti di cibo che forniamo anche inconsapevolmente (i gatti ciccioni del cortile sono stati messi a stecchetto, dalla scorsa settimana), recintare pollai e discriche ed evitare immissioni massive di animali “pronto caccia” (questi esemplari, allevati come animali da cortile, hanno infatti uno scarso istinto antipredatorio e sono facili bocconi per qualsiasi volpe con un languorino).

Il conflitto della volpe con l’uomo ha però altre sfaccettature, non ultimo il fatto che questo animale rappresenta da noi il serbatoio naturale per il virus della rabbia.  Personalmente non c’è malattia che susciti in me una psicosi maggiore. Sarà stato il film Cujo, tratto da Stephen King o la lettura adolescenziale di un libro di Wilbur Smith dove uno dei protagonisti ne moriva dopo una raccapricciante descrizione del decorso, o ancor prima l’intervento alle elementari di un funzionario che ci informava, con termini allarmistici, dell’epidemia allora in corso. Non lo so, ma di certo è una malattia che terrorizza.

La rabbia è provocata da un virus (Lyssavirus) che può colpire tutti i mammiferi, uomo compreso, e che purtroppo ha un esito letale. In Friuli era scomparsa dal 1995, ma una nuova ondata, proveniente dalla Slovenia, ha fatto segnare nuovi casi a partire dal 2008. Principalmente, ad esserne colpite, sono le volpi e indubbiamnete la diffusione della malattia è legata alla densità di questi animali sul territorio. Ciò potrebbe far ritenere che dei piani di abbattimento potrebbero ridurre il rischio di contagio, ma in realtà è stato dimostrato che questo tipo di intervento è, oltre che inefficace, anche assolutamente controproducente e che anzi aumenta la diffusione della rabbia a macchia d’olio. Il meccanismo è strettamente legato alla biologia della specie: il venir meno di individui residenti ha come conseguenza un maggior numero di ingressi dalle aree limitrofe di esemplari in cerca di territori lasciati liberi; se questo avviene in aree che confinano con zone dove la malattia è presente, ne accelera enormemente la diffusione. In relatà l’unico meccanismo veramente efficace e testato è una massiva campagna di vaccinazione per via orale (con appositi bocconi) proprio delle stesse volpi che vivono in questi territori di confine. La presenza di una popolazione sana e vaccinata, ad una densità prossima a quella massima in natura, fungerà per così dire da “tappo” all’ingresso di individui malati. Insomma anche in questo caso, quello che apparentemente sembra un’azione forte e risoluta dettata dal primo impulso, non ha gli effetti voluti. Studiare la biologia di una specie non è, come spesso si è visto, solo un passatempo da “fricchettoni”, ma qualcosa che ha dei risvolti sulla vita di tutti.

Per quanto mi riguarda, essendo una nota ipocondriaca (o come direbbe un mio studente “una un po’ condriaca”), non posso negare che nei giorni successivi all’avvistamento della volpina ho tenuto sott’occhio il comportamento dei miei gatti in cerca dei sintomi della rabbia. Ripensando a quell’avvistamento speciale però, predominano i sentimenti positivi, legati all’aver potuto vedere un animale selvatico (comune sì ma molto elusivo) così da vicino.