Mio fratello, il selvaggio

autore Manuela Rossi
data 14 Luglio 2017

Qualche giorno fa, mentre chiacchieravo con mia sorella, lei mi ha fatto una domanda: “Ma il gatto selvatico, esiste?”. A pensarci bene non credo che la consapevolezza della realtà di questo animale sia così diffusa. Molte volte penso che possa sovrapporsi all’immagine di un gatto “randagio” o “ferino”. Eppure questo enigmatico animale è reale, anche se ben pochi possono dire di averlo visto.

Il gatto selvatico europeo (Felis silvestris silvestris) è una specie assolutamente solitaria. I suoi unici momenti di socialità sono legati al periodo riproduttivo e, nel caso delle femmine, quando accudiscono i piccoli. Il suo carattere elusivo e la bassa densità con cui occupa i territori in natura (stimata in un adulto ogni 10 km2) ne fanno il vero fantasma dei nostri boschi. In Italia è distribuito con relativa continuità lungo tutto l’Appennino, fino ad arrivare in Calabria, con una popolazione presente anche in Sicilia. La situazione delle Alpi è invece più frammentata, l’unica popolazione stabile che gode di una buona vitalità è proprio quella del Friuli Venezia Giulia. Dai territori più montani delle Alpi e Prealpi Giulie e Carniche, ha occupato aree collinari (la sua presenta è certa anche nel gemonese) fino al Carso goriziano e triestino. Questo ritorno è stato sicuramente favorito dall’aumento, negli ultimi decenni, della superficie forestale dovuta al diffuso abbandono dell’attività agricola e dell’allevamento in queste aree.

Distinguere questo micione selvatico dal nostro gatto domestico non è però così facile. I principali caratteri distintivi sono il manto tigrato, una coda con la punta nera di forma clavata con una serie variabile tra 2 e 4 anelli neri sulla parte terminale e una striscia nera dorsale che si interrompe bruscamente prima dell’inizio della coda. Ma l’unica certezza sul suo essere selvatico ce la dà la genetica, perché in realtà il micio di casa e questo fantasma dei boschi sono a tutti gli effetti la stessa specie, anche se il carattere e la personalità sono abbastanza diversi (hanno cominciato a differenziarsi migliaia di anni fa, quando le specie uomo e gatto hanno avuto il primo contatto).

Prima di raccontarvi di questo magico incontro che ha rapito i cuori di molti umani (in primis il mio) vorrei fare un po’ di ordine tassonomico. La specie Felis silvestris è unica ma attualmente si distinguono cinque sottospecie di gatti selvatici che differiscono principalmente per corporatura e abitudini, segno dell’adattamento alle diverse condizioni ambientali in cui vivono. Una è Felis silvestris silvestris, il gatto selvatico dei nostri boschi, di corporatura tozza, abituato a un clima piuttosto freddo. Poi abbiamo Felis silvestris lybica, presente in Nordafrica e in Medio Oriente, più longilineo e di dimensioni minori, adatto ad un clima caldo. Infine altre tre sottospecie, distribuite in tre areali: Asia Centrale (Felis silvestris ornata), Africa Subsahariana (Felis silvestris cafra) e Cina (Felis silvestris bieti). Di queste, solamente la sottospecie lybica è stata alla fine “addomesticata” dall’uomo. A differenza del lupo, l’indole assolutamente solitaria del gatto selvatico determina l’assenza di ogni forma gerarchica di struttura sociale nel suo modo di agire, cosa che lo rende un difficile candidato all’addomesticamento. Come può essere allora che proprio ora, mentre scrivo, ho un felino che continua a strofinarsi sul mio viso e a zompettare sulla tastiera del computer?

La più antica testimonianza del legame tra uomo e gatto è stata rinvenuta in una tomba a Shillurokambos, sull’isola di Cipro, e risale a 9.000 anni fa. Nel tumulo è stato trovato un uomo sepolto con accanto il suo gatto, a testimonianza che il processo di addomesticamento doveva essere precedente. Recenti studi (1) basati su prove genetiche, morfologiche e archeologiche, sono riusciti a delineare con maggior esattezza la storia dell’addomesticamento del gatto e della sua diffusione. Quando, 12.000 anni fa, le popolazioni nomadi si insediarono stabilmente nell’area della mezzaluna fertile, grazie alla scoperta dell’agricoltura cominciarono a stoccare derrate alimentari. La conseguenza diretta di questo accumulo fu un aumento locale dei roditori, che banchettavano liberamente tra i granai. La grande concentrazione di topi attirò l’attenzione dei gatti selvatici dell’area (Felis silvestris lybica). I primi esemplari che si avvicinarono furono certamente quelli meno diffidenti e timorosi nei confronti dell’uomo e anche quelli maggiormente disposti a tollerare altri individui della stessa specie nelle vicinanze. Ciò determinò una vera e propria selezione positiva di questi caratteri, perché l’abbondanza di prede era tale da favorire gli esemplari che avevano fatto questa scelta e che accoppiandosi tra loro trasmettevano tale indole alle nuove generazioni. L’uomo, inizialmente solo testimone compiaciuto di questo arrivo, cominciò col tempo a favorire il fortunato intervento dei felini, influenzandone alcuni aspetti comportamentali. Una ricerca sul genoma del gatto domestico (2) ha evidenziato che alcuni geni di quest’ultimo differiscono effettivamente dal selvatico, in particolar modo quelli legati alla memoria, all’apprendimento su associazione stimolo-ricompensa e al controllo alla paura condizionata, che nel complesso ne hanno determinato un comportamento più docile. Alcuni comportamenti del nostro micione domestico infatti non sono assolutamente propri del selvatico, uno tra tutti il miagolio. Per un animale solitario, la vocalizzazione non è necessaria, e al limite è prerogativa esclusiva dei cuccioli che comunicano con la madre. Nel gatto domestico invece questo carattere permane anche da adulto ed è utilizzato esclusivamente per comunicare con l’uomo. Alcuni etologi lo definiscono come un mimetismo sonoro: pensano infatti che il miagolio, simile al pianto di un neonato, stimoli in noi una reazione incondizionata che ci porta a soddisfare, il più delle volte, le richieste alimentari del nostro amico pelosetto (a pensarci bene mi sento manipolata, ma con me funziona sempre!).

Tornando alla nostra storia, dall’Egitto e Medio Oriente i gatti raggiunsero l’Europa grazie ai Fenici che iniziarono a commerciarli come cattura-topi. In Grecia, prima del loro arrivo, per il controllo dei roditori si utilizzavano principalmente mustelidi (furetti e donnole). Con i Romani, i gatti si diffusero su tutto il territorio dell’Impero e cominciarono a essere considerati anche come animali da compagnia. Da lì l’espansione fu inarrestabile, tanto che ora sono presenti in tutti i continenti, esclusa solo l’Antartide.

Ma per il gatto domestico non furono sempre rose e fiori. Durante il Medioevo, nell’Europa Cristiana, fu demonizzato e associato alla sfortuna e al male. Si pensava fosse il compagno del diavolo e delle streghe, tanto che veniva anch’esso messo al rogo. Si pensa che il declino della popolazione domestica in quest’epoca fu una delle concause delle epidemie di peste, dal momento che l’agente patogeno di questa malattia è veicolato dalle pulci presenti sui ratti, che in quegli anni proliferarono, senza i loro proverbiali nemici. Si dovrà attendere il Romanticismo per un vero ritorno d’immagine di questo felino.

Mentre il micio domestico godeva di alti e bassi, durante i secoli, il gatto selvatico europeo fu sempre considerato nocivo e cacciato per la sua pelle. Le due sottospecie si sono di tanto in tanto incrociate e tutt’ora può accadere. In alcune parti d’Europa la percentuale di ibridazione tra il selvatico e il domestico è rilevante, mentre in Friuli invece sembra ancora poco frequente. Uno dei problemi di conservazione del gatto selvatico è appunto l’ibridazione, e anche per questo è importante limitare al massimo il fenomeno del randagismo. Apparentemente sembra poco importante la possibilità che si incrocino due individui che in fin dei conti sono della stessa specie, ma il nodo della questione sta proprio in quelle piccole differenze comportamentali e soprattutto morfologiche che separano il domestico dal selvatico. La stazza, la colorazione e l’indole del gatto selvatico europeo ne fanno un eccellente predatore, perfettamente adattato al suo ambiente naturale. Gli ibridi avranno sicuramente dei mantelli variegati che li renderanno meno mimetici agli occhi delle loro prede, una corporatura più esile che li renderà meno capaci di resistere al clima freddo invernale, oltre a un’indole diversa che indubbiamente influirà sulla loro capacità di sopravvivenza. L’ingresso di questi geni in una popolazione selvatica quindi finirà per indebolirla. A tutto questo bisogna aggiungere anche la reale minaccia data dalla diffusione di alcune patologie molto frequenti nel gatto domestico (come l’HIV e la leucemia felina) ed estremamente pericolose per la popolazione selvatica.

Credo che chi davvero ama i gatti e rimane quotidianamente rapito dai loro movimenti e dalla sinuosa bellezza, abbia a cuore anche la sua magnifica storia e la conservazione in natura del parente selvatico. Personalmente sapere che a qualche chilometro dal “mio” Zorro c’è il suo omologo selvaggio, intento ad allevare dei micetti o che tende un agguato a un’arvicola, lo rende ai miei occhi un animale ancora più misterioso.

1Ottoni at al.,The palaeogenetics of cat dispersal in the ancient world, Nature Ecology & Evolution, n°139 giugno 2017

2Montague M.J. et al., Comparative analysis of the domestic cat genome reveals genetic signatures underlying feline biology and domestication, Proceedings of the National Academy of Sciences, vol. 111 n° 48 dicembre 2014.