L'animale che profuma di popcorn

autore Andrea Caboni
data 4 Maggio 2016
discipline Biologia / Ecologia / Etologia

Si sa, gli esemplari di Homo sapiens (cioè tutti noi) non hanno basato il proprio successo evolutivo sulle capacità olfattive; possiamo tranquillamente ammettere che tra i nostri 5 sensi, il nostro olfatto è di certo il meno sviluppato. Tante sono le specie che hanno un “fiuto” molto più sviluppato del nostro, e lo utilizzano per ricavare dettagliate informazioni sia sull’ambiente in cui abitano che sugli altri animali (della loro specie o di altre specie) che utilizzano il medesimo ambiente.

Alcuni animali sono addirittura diventati degli “artisti” nell’emettere segnali e messaggi odorosi, spesso molto penetranti, che al nostro sottosviluppato olfatto possono risultare molto piacevoli ovvero estremamente spiacevoli.

Tra gli animali in grado di emettere odori davvero sgradevoli, tutti conosco le puzzole (Mustela putorius) e soprattutto le moffette (famiglia Mephitidae); sono animali che secernono, da apposite ghiande anali, un nauseabondo liquido che utilizzato come arma di difesa. È una tecnica abbastanza comune nel mondo animale: i pulcini di Upupa (Upupa epos) ad esempio, possono “sparare” delle feci liquide con un penetrante odore di uova marce, in grado di scoraggiare anche il più affamato dei predatori.

Altri animali, come la biscia dal collare (Natrix natrix), in caso di pericolo fingono di essere morti e per rendere più convincente la “recita” secernono anche un liquido maleodorante che simula il fetore di un corpo in decomposizione. La stessa tecnica è utilizzata anche da un mammifero, l’opossum (Didelphis marsupialis), che in caso di pericolo si irrigidisce, tira fuori la lingua e secerne un pestilenziale muco verde dall’ano che imita alla perfezione l’odore della carne putrefatta. 

Non tutti gli animali tuttavia producono odori che risultano sgradevoli al nostro sottosviluppato olfatto. Alcuni, anzi, sono stati a lungo perseguitati a causa delle loro piacevoli secrezioni.

Pochi sanno, ad esempio, che il muschio bianco, comune aroma ancora oggi proposto da un gran numero di cosmetici, in origine era estratto direttamente dal mosco siberiano (Moschus moschiferus), un piccolo cervide a rischio d’estinzione proprio per questa secrezione, prodotta da alcune sue ghiandole, molto apprezzata dalle narici umane (alla quale, tra l’altro, la medicina tradizionale orientale attribuisce proprietà rilassanti oltreché, al solito, afrodisiache). Il mosco siberiano per questo viene ancora cacciato illegalmente e le sue borsette del muschio possono raggiungere sul mercato nero l’astronomico prezzo di 45.000 dollari al chilo.

Anche lo zibetto africano (Civettictis civetta), un piccolo carnivoro della famiglia dei viverridi, è molto apprezzato per le secrezioni delle sue ghiandole perianali che producono un’essenza chiamata appunto “zibetto”, ampiamente utilizzata nell’industria dei profumi, specialmente in Medio Oriente.

Un altro componente della famiglia dei viverridi, lo zibetto delle palme (Paradoxurus hermaphroditus) è invece diventato recentemente famoso, perché indirettamente coinvolto nella produzione di uno dei caffè più costosi al mondo, il Kopi Luwak (fino a 900€ al kg e fino a 10 € una tazzina). La particolarità di questa miscela sta nel fatto che l’aroma è meno amaro e ha un intenso retrogusto di cioccolato che la contraddistingue da tutte le altre. Questa caratteristica deriva dal fatto che le bacche di caffè ancora fresche vengono mangiate dallo zibetto delle palme, che ne digerisce solo la parte più esterna. Il chicco del caffè viene quindi defecato dall’animale praticamente intatto, ma con il gusto decisamente “migliorato” dal processo digestivo dello zibetto, che ne attacca la scorza esterna producendo un’alterazione del sapore.

In questo breve excursus odoroso, non potevamo non concludere tirando in ballo il binturong (Arcictis binturong), un parente dello zibetto sconosciuto ai più. Chiamato comunemente “gatto orsino”, il binturong ha la curiosa abitudine di urinarsi sulle zampe posteriori e sulla coda pelosa, lasciandovi una forte traccia odorosa che poi l’animale si porta appresso mentre si sposta nel suo territorio. Lo scopo è probabilmente quello di comunicare con gli altri animali della stessa specie. Se pensate che l’odore di questi animali, dalle discutibili abitudini igieniche, sia estremamente sgradevole e penetrante, siete completamente fuori strada, perché in realtà somiglia moltissimo a un odore in genere molto piacevole per le nostre narici: quello del mais riscaldato. Cioè l’odore dei popcorn. Gli studiosi infatti hanno scoperto che la sostanza chimica  liberata dal mais riscaldato è la stessa contenuta nell’urina del gatto orsino. 

Il motivo per cui l’odore dell’urina del gatto orsino sia identica a quella dei popcorn è un altro dei misteri della scienza. Forse non un “grande mistero”, ma pur sempre mistero.