Chi ha paura dell'orso bruno?

autore Andrea Caboni
data 11 Marzo 2016
discipline Etologia / Zoologia

Penso talvolta a come la gente “normale” mi guarda quando dico che mi occupo di orsi e di lupi per lavoro ... Ricordo quando andai a “inciampare” per la prima volta su una pista d’orso: era una limpida giornata di fine Marzo e sulla chiesetta di Sant’Anna, all’ombra del Monte Zajavor, splendeva un sole abbagliante.

Tutto intorno la foresta, avvolta in 50 cm di candida neve e immersa nel totale silenzio fatta eccezione per il tamburellare ritmico dei picchi. La pista dell’orso veniva sù dal bosco; saltava agli occhi chiara e decisa. L’alternarsi di zampe anteriori e posteriori era regolare e preciso, indice di un animale in perfetta salute che si sposta senza fretta. Mi sono messo a seguire la pista, con il cuore in gola all’idea che un plantigrado di 200 chili mi aveva preceduto solo di poche ore. Per l’emozione, solo dopo alcune centinaia di metri mi sono reso conto che sprofondavo nella neve fino al ginocchio, a differenza dell’orso le cui impronte bucavano la neve solo di qualche centimetro. È stata una delle camminate più stancanti, coinvolgenti ed emozionanti della mia vita.

Ho seguito quell’orso per più di 4 chilometri, fino a casera Nischiuarch, poi le sue impronte si addentravano nel bosco in direzione di Uccea, mentre io ho seguito il sentiero per tornare alla macchina, nel tentativo di anticipare il calar delle tenebre.

Nei mesi successivi mi è capitato molto spesso di incrociarne le piste, raccoglierne il pelo, investigare negli avanzi di cibo e individuarne i giacigli notturni, di quello e di altri esemplari di orso. Lavoravo alla mia tesi di laurea, al tempo, e la mia ricerca era proprio sul monitoraggio degli orsi nel Friuli Venezia Giulia.

Le storie da raccontare sulle mie “relazioni” con gli orsi sarebbero innumerevoli: le notti in foresta con solo la sola compagnia della radio che riceveva il segnale proveniente dal radiocollare di un orso; gli infiniti transetti sotto la pioggia, le escursioni in Slovenia in compagnia dei cacciatori sulle tracce di un altro orso radiocollarato.

Ognuno ha le sue passioni, le sue “debolezze”. Le mie vanno a questi grandi mammiferi. Di quei giorni conservo così tanti ricordi e tante emozioni indescrivibili.

Mi capitava di tanto in tanto, ricordo, di imbattermi in persone che erano nate su quelle montagne, e la maggior parte di loro era assolutamente ignara della presenza dei plantigradi. Quando poco per volta guidavo la conversazione sull’argomento orso, la reazione più comune era: “L’orso? No, l’orso qui non c’è da prima della guerra! In Slovenia, forse, qualcuno. Ma qui no di certo!”

Fu in quel periodo che iniziai a organizzare incontri pubblici per sensibilizzare le popolazioni sull’argomento. Venivamo ascoltati con un misto di incredulità e di paura, classificati come vagamente anormali. Una sera, alla fine di una conferenza nelle Valli del Natisone, mi si avvicinò una signora anziana e mi disse: “Sai ninino, mi hai dato una bruttissima notizia: come faccio ad andare in giro per i miei boschi adesso che so che c’è l’orso?”. Risposi a cuor leggero: “Signora, l’orso era qui anche l’anno scorso e quello prima ancora, quindi può tranquillamente continuare a fare le stesse attività che faceva fino a ieri”.

Qualche sera dopo gli strumenti indicavano che l’orso era a soli 17 metri da me; mentre aspettavo con il cuore in gola che attraversasse la strada, riflettevo su come si ha paura degli orsi.

Per la cronaca non incontrai l’orso né quella sera, né in un’altra sera di quei 9 lunghi mesi durante i quali spesi la maggior parte delle mie giornate a cercarli. Gli orsi erano dei fantasmi, si riusciva ad arrivare forse a 500/600 metri da loro, poi generalmente si accorgevano della nostra presenza e si allontanavano. Ci temevano, e forse proprio per quello erano ancora vivi. Qualche volta li ho sentiti, muoversi nel folto del bosco, spesso ho trovato indizi del loro passaggio, li ho seguiti cosi tanto da arrivare a un punto che quasi mi sembrava di pensare come loro, di capirli.

Ma la cosa più importante che ho imparato in quel periodo non è relativa agli orsi, ma agli umani. Ho avuto animate discussioni con alcuni bracconieri che sostenevano che loro avrebbero sempre e comunque ammazzato gli orsi: “Perché gli orsi qui non ci sono mai stati!”; ho portato nel bosco decine di studenti, negli occhi dei quali spesso vedevo la stessa energia e passione che animava le mie giornate; ho ascoltato, consolato e rassicurato diversi allevatori a cui gli orsi avevano ucciso talvolta una capra talvolta una decina di pecore. Durante tutte queste esperienze, ho maturato la convinzione che le persone che hanno paura dell’orso, come i bambini che hanno paura dell’uomo nero, sono semplicemente le persone che non lo conoscono.

Oggi non dedico più gran parte del mio tempo alla ricerca degli orsi, e me ne dispiaccio. Cerco tuttavia di fare sempre la mia parte, per la conservazione di questi magnifici animali, parlando con la gente, accompagnandola nel bosco, mostrando loro le tracce e con un po’ di fortuna facendoglieli vedere nel loro ambiente naturale.

Così, nel cuore della foresta della Slovena, nascosti in sicure altane, anche le persone “normali”, almeno una volta nella vita, possono provare quello che ho provato io quando dopo centinaia di giornate e di nottate passate alla sua ricerca ho finalmente incrociato, per pochi magici secondi, lo sguardo di un orso.

Nella speranza che guardandolo, conoscendolo, imparando a rispettarlo, capiscano che non c’è nessun motivo per temerlo.

NOTA

Non ti dispiacerebbe incontrare l'orso, senza impiegarci nove mesi a tempo pieno come Andrea? A maggio Casa delle Farfalle e Danaus. In viaggio con la scienza organizzano 3 giorni in Slovenia per vedere da vicino il grande mammifero nelle foreste dove sta di casa. Vai a leggere i dettagli e poi se vuoi, chiamaci.